questa è l'intervista a Daniela Donati, scrittrice del libro per ragazzi "Il Grande Puf", pubblicato nel 2009.
E'stata preparata e redatta completamente da me e pubblicata su "La Voce di Romagna" nell'inserto settimanale del lunedì "La Voce delle donne", il 23/06/2009
E SE TI ACCOGESSI CHE…SONO TUTTI SCOMPARSI?
“IL GRANDE PUF” Intervista all’autrice Daniela Donati
All’interno della manifestazione culturale Mare di Libri, svoltasi a Rimini dal 12 al 14 Giugno, Daniela Donati, scrittrice riminese per ragazzi nonché insegnante di lettere alla scuola media “A. Marvelli”, ha presentato il suo nuovo romanzo “Il Grande Puf”, vincitore del prestigioso premio Mondadori Junior Award.
Il romanzo narra l’esperienza di Luigi, un quindicenne apparentemente come tanti: ha il motorino, il cellulare, un mucchio di amici non propriamente affidabili, una madre trasognata e apprensiva e un padre troppo sicuro di sé. Ma, inaspettatamente, il suo mondo viene sconvolto dal Grande Puf, un evento inspiegabile e sconcertante che lo fa rimanere completamente solo nella sua città di oggetti inanimati. Inizia così un solitario percorso di crescita e formazione, un vero e proprio viaggio, fisico e metaforico, verso la maturità.
A seguito del successo di pubblico e critica, Daniela mi concede un’intervista, desiderosa di un contatto più diretto con i suoi appassionati lettori in erba.
Quanto è importante per lei scrivere? Come si è avvicinata al mestiere di scrittrice?
Mi considero una scrittrice tardiva. Da ragazzina non ho mai scritto racconti: questa esigenza è nata da adulta e da insegnante, per riorganizzare e sviluppare gli spunti che mi venivano dalla vita familiare o da laboratori scolastici. Per esempio “L’alzabambini”, la mia prima produzione, è nato da un gioco con cui mio marito diverte i nostri due gemellini, Giovanni e Ascanio, per destarli alla mattina e cominciare di buonumore la giornata.
Come è nata l’idea del Grande Puf?
Ho deciso di affidare alla mia classe un tema analogo: cosa faresti se ti trovassi all’improvviso completamente solo? La proposta mi sembrava accattivante perché richiedeva di lavorare di fantasia, ma partendo da una situazione verosimile, in cui fosse facile immedesimarsi. Viste le interessanti soluzioni prospettate dagli alunni, mi ci sono cimentata anch’io. Ed ecco il risultato.
Luigi, rimasto solo, si pone grandi domande. Quindi il Grande Puf può essere considerato un libro per adulti? Esistono libri per bambini e libri per adulti?
Il primo interrogativo di Luigi, che si sente vittima della crudeltà degli eventi, è “Perché proprio io? Che cosa ho io di speciale? Cosa mi ha permesso di continuare a esistere in una realtà di scomparsi?” Il bisogno di risposte diventa, nella sua condizione di naufrago in un’isola deserta grande come il mondo, vera e propria necessità. Pian piano prende coscienza del fatto che non può essere stato abbandonato lì per caso: si allena e pensare a sé stesso come a un eroe, a un epico fondatore, un nuovo Prometeo compartecipe della creazione di un nuovo mondo. Da arguto, attento osservatore qual è, raccoglie la sfida e accetta il peso di questa responsabilità, dopo aver lasciato dietro di sé, a ricordo e monito di ciò che era stato, una poesia in bottiglia.
Il Grande Puf è un romanzo familiare, perfetto per la lettura congiunta di ragazzi e adulti: per i primi è la fresca schiettezza del protagonista a risultare accattivante, i secondi possono apprezzare l’ampiezza dei temi trattati (educazione, adolescenza, solitudine, consumismo, violenza) e svelare la drammaticità che si cela dietro la sottile ironia. Anche se lo scrittore usa una strumentazione linguistica e contenutistica adeguata al suo target principale, trovo fondamentale che non snaturi sé stesso per colmare lo stacco di età e mentalità che lo separa dal suo pubblico. Se è un adulto, un adulto deve restare: nonostante il narratore sia Luigi, si rende a tratti evidente il punto di vista dell’autore.
Perché l’assennato Luigi compie atti di violenza? Tra di essi il più emblematico è l’incendio della scuola.
Rimasto solo, Luigi si sente di rappresentare l’umanità intera, la totalità dei possibili percorsi di vita. Da qui prende forma la sua esigenza di sperimentare nuovi passatempi e nuovi divertimenti, come quello di lanciare petardi e sparare sulle vetrine. Nel “mondo alla rovescia” deve essere ancora definito che cosa è giusto e che cosa è sbagliato; un maturo codice di valori si avrà solo nel finale; anche gli atti vandalici si stemperano perché privi di conseguenze, di punizioni, di testimoni. L’incendio della scuola, come anche lo scagliare telefonini contro un muro, sono però il simbolo di una discontinuità con il passato. L’istituzione scolastica dopo il Grande Puf risulta inadeguata e deve purificarsi nel fuoco per trasformarsi in apprendimento autodidatta; così l’uso dei telefonini è inutile, quasi come parlare: per comunicare con se stessi basta pensare.
Gli adulti, presenti nei ricordi del protagonista, non fanno una bella figura. Cosa non va nel passaggio generazionale?
Come insegnante, spesso mi trovo davanti genitori arrendevoli ed evanescenti, che non comprendono le esigenze dei figli e sono privi di strumenti per formare in loro una coscienza critica. Gli adulti a volte non sono preparati a svolgere il mestiere di genitori, che richiede nuove modalità di rapporto nella coppia, con gli amici e nell’ambito lavorativo. Il figlio sembra un ostacolo alla soddisfazione dei desideri dei genitori.
Perché alla fine si inserisce, come unico personaggio, un cane?
L’incontro con un altro essere vivente voleva stendere sul finale un velo di ottimismo. Una presenza umana però sarebbe stata troppo determinante: la svolta narrativa mi avrebbe portato a continuare il romanzo. Mi sono anche chiesta se Luigi volesse essere lasciato solo: quando un personaggio è ben costruito, condiziona con vera personalità le scelte del suo autore.
Se il protagonista fosse stato femminile, cosa sarebbe cambiato?
Non ho scelto un protagonista femminile in quanto preferisco mantenere un certo distacco fra la mia esperienza biografica e la mia interiorità di donna, e le caratteristiche dei miei personaggi. Inoltre, una ragazza sarebbe stata più facilmente incline a sdolcinati sentimentalismi: non volevo ricadere nello stereotipo dell’imbranata melodrammatica. Forse però sarebbe stato interessante far uscire dalla penna una giovane spigliata e decisa.
Benché il finale sia aperto, come immagina il Luigi adulto?
Non ho ancora seriamente pensato ad una continuazione, comunque mi piace immaginare che Luigi incontri altre persone in altre parti del mondo che si trovano nella sua stessa situazione e costituiscano insieme una sorta di società ideale.
Come spiega la preferenza accordata di recente dai ragazzi al genere fantasy?
Il genere fantasy è come il Bridge!(ride). Entrambi costituiscono un mondo a parte, con le sue carte da giocare, i suoi nomi, i suoi tavoli, le sue regole. Per il lasso di tempo in cui legge o gioca, il lettore/giocatore deve farsi personaggio fra i personaggi in una realtà parallela, identificarsi, appassionarsi. Se non ce la fa, perde la bellezza del fantasy, o la partita di bridge. Il fantasy non è fra i miei generi preferiti, ho una certa difficoltà a infilarmi nei suoi schemi: preferisco il romanzo verosimile, anch’esso non privo di avventura. I ragazzi sono avvantaggiati: draghi e cavalieri scuotono la loro emotività più di quanto accada agli adulti. Quale ragazzo non vorrebbe essere un cavaliere?
Come sa, ho letto la bozza del racconto, cosa è cambiato nell’edizione definitiva?
Ho deciso di inserire il personaggio del cane quando alcuni amici cui avevo affidato il manoscritto in lettura mi hanno chiesto se il mio intento era quello di lasciare l’immagine finale di un ragazzo depresso e sconsolato con tendenze suicide. Siccome non mi piaceva mettere in scena un antieroe perdente, ho escogitato una soluzione diversa. Qualche problemino c’è stato anche per l’inserimento della poesia di Montale, per la quale sembrava che non mi concedessero i diritti a causa dell’uso un po’anomalo (all’interno di una prosa d’autore) che intendevo farne, tanto è vero che in alternativa sarebbe andata alle stampe una specie di parafrasi del protagonista sulla poesia stessa. Per fortuna i diritti sono arrivati!
Si è ispirata alle atmosfere di Cormac McCarthy, che pure narra la storia di un padre e un figlio dopo la catastrofe?
Ho letto “La Strada”, ma solo dopo aver ultimato il Grande Puf. Trovo straordinario leggere nelle opere di altri le mie stesse idee, benché l’intento, il contesto e lo stile di McCarty siano estremamente diversi dai miei.
Il messaggio del libro è la necessità di rivalutare gli impalpabili rapporti affettivi in un mondo governato da oggetti anonimi, ma concreti?
Non proprio. Ho cercato di far risaltare quanto più possibile l’importanza dell’affermazione di individualità all’interno del gruppo: gli oggetti rappresentano tutte le principali casistiche in cui i giovani tendono ad incasellarsi pur di non essere esclusi dai coetanei: moda, armi, sport. Luigi è solo perché deve imparare ad analizzare criticamente il comportamento degli amichetti, è solo perché deve sopravvivere senza modelli per capire veramente chi è.
Quanto può essere ampia la libertà di interpretazione del lettore, senza tradire gli intenti dell’autore?
Il carattere polisemico del romanzo non mi disturba, anzi mi intriga. Tecnicamente non credo esista un limite alla libertà di interpretazione, perché la scrittura parla al cuore in modo diverso a ognuno, a seconda delle sue esperienze, del suo stato d’animo, sul suo livello culturale, della sua sensibilità. Però delle linee guida per la comprensione ci devono essere.
Nicolò Ammaniti ritiene che la “noia” sia fondamentale nella crescita di un ragazzo. Quale pensa sia la giusta combinazione fra “socialità” e “solitudine”?
La “ricetta” per diventare adulti equilibrati è non aver paura di stare soli con sé stessi, a interrogarsi o semplicemente a prospettare situazioni assurde per qualche momento. Conoscere bene i propri punti di forza e le proprie debolezze permette di volgersi agli altri in modo completo e consapevole. Altrimenti, cercare compagnia ad ogni costo porta ad essere relegati al ruolo di gregario, quando si meriterebbe una parte attiva, e la forzata solitudine spinge ad essere autoreferenziali ed egoisti.
Sta già lavorando ad altri progetti?
Si, sto riordinando del materiale che è sulla mia scrivania da tempo, in attesa della sua occasione. Ne usciranno quasi certamente due libri per bambini e uno per adulti. Per il futuro, la Mondadori mi ha proposto un romanzo per giovani sui vent’anni. Vedremo se arriverà qualche imput.
Quale domanda le avrebbe fatto piacere che le ponessi e non le ho posto?
La domanda che inseguo è il rapporto che c’è fra lettura e scrittura, cioè se in sostanza un avido lettore può essere un buono scrittore. Sicuramente spesso è così, perché si è aiutati a rendere in parole determinati stati d’animo sulla falsa riga di altri che prima di te ci hanno provato, ma non sempre. Lo scrittore è prima di tutto mosso dall’ambizione di far provare al pubblico, con i suoi mezzi unici e irripetibili, le emozioni che lui stesso da lettore ha provato.
Giulia Ceccarelli
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