lunedì 17 ottobre 2011

Riforma Gelmini: ritorno al passato o sguardo al futuro per la scuola italiana?

 Pubblicato il 03/11/2008 su "La Voce di Romagna", ne "La pagina della Scuola"

Riforma Gelmini: ritorno al passato o sguardo al futuro per la scuola italiana?

Queste ultime settimane sono state davvero turbolente per la scuola italiana: gli scioperi, le manifestazioni e i cortei contro il decreto Gelmini hanno prepotentemente raggiunto gli onori della cronaca nelle maggiori città e ad oggi è impossibile quantificare l’ondata del malcontento tra liceali, universitari, ricercatori e precari.
Ma cosa sta realmente accadendo? Contro che cosa si protesta? Per capirlo meglio, la nostra scuola ha chiesto una mattina per discutere il problema e informare adeguatamente su dati oggettivi, piuttosto che per riduttivo e parziale sentito dire, con un collettivo straordinario e del tutto legale, previa autorizzazione della Preside. Si, perché molti di coloro che si battono per l’occupazione a tutti i costi spesso non si rendono nemmeno conto di ostacolare il diritto allo studio, e conseguentemente che i dirigenti non possono che rispondere sollecitando interventi in difesa della legalità.
Il dibattito è stato organizzato al meglio, con una dozzina di relatori di ogni profilo ideologico e politico, scelti fra gli studenti delle classi più alte, che hanno dato prova di padronanza della materia, sollecitando alla formulazione di proposte concrete. I decreti 133 e 137, definiti con approssimazione e inadeguatezza “riforma della scuola Gelmini” in realtà sono una corollario della Finanziaria del ministro Tremonti, già approvata ad agosto e non si propongono e non si definiscono per valenza pedagogica e normativa come una riforma dell’ordinamento scolastico nei diversi livelli di formazione. Preso atto della recessione economica che sta invadendo l’Occidente  e della necessità di immettere liquidità in breve tempo nelle casse dello Stato, il Ministro ha deciso di prelevare nei prossimi anni percentuali sempre crescenti dei fondi stanziati per la scuola, l’università e la ricerca. Ma nessuno si è sognato di protestare, a tempo debito, per la finanziaria. Oggi si protesta invece per la sua diretta conseguenza, cioè soprattutto per il famoso art. 8 del decreto Gelmini che recita: “I sopraddetti provvedimenti (art.1-7) non devono pesare sul bilancio dello Stato”.
I nostalgici grembiulini di “piccolo mondo antico”, il severo e minaccioso 5 in condotta per contrastare il bullismo mediatico, l’insegnate unico deamicisiano, la chiusura delle piccole scuole di montagna o campagna con meno di 50 alunni non sono solo un ritorno alla tradizione, ma un tentativo di gestire i pochi denari che restano. Obiettivo raggiunto, per mezzo della riduzione del tempo pieno, delle ore scolastiche, specialmente negli istituti tecnici e professionali, di tagli al personale a tempo determinato (come moltissimi ricercatori, col rischio di bloccare i progetti già in atto e dequalificare un settore già debole a livello internazionale).
A sorpresa uno dei punti su cui si è più discusso è stato il ritorno al voto in decimi alla scuola primaria e secondaria di primo grado. Molti hanno considerato come sia la scuola media il nodo debole del sistema, a differenza di un scuola elementare di qualità e in alcuni casi di eccellenza, perché non garantisce spesso un’adeguata formazione agli studenti, che trovano poi maggiori difficoltà con i programmi d’istruzione superiore. Con la nuova riforma, che non prevede esami di riparazione, chi ha un 5 anche in una sola materia dovrebbe essere bocciato, ma è evidente che non può essere così, quindi si verificherà in molti casi una livellazione al 6, che non rende onore al merito. Si paventa perciò un aggravamento del problema; noi abbiamo proposto anche per l’istruzione media-inferiore una sede di verifica a settembre.
La questione della trasformazione delle università in fondazioni certo ci interessa da vicino: gli attivisti dicono che i costi saliranno tanto da non essere più alla portata dei ceti medio-bassi, con il rischio che l’istruzione universitaria non sia più un diritto per tutti, ma appannaggio e vanto di pochi socialmente privilegiati. La chiusura dei piccoli atenei vanifica anni di “delocalizzazione”, che garantiva più attenzione da parte dei docenti ai singoli alunni e ben rappresentavano la realtà italiana del riscatto socio-economico di tanti piccoli paesi. I più attenti aggiungono che la ricerca in atto nei Campus universitari sarebbe strumentalizzata da enti privati e poco tutelata dallo Stato. Ci piacerebbe, secondo il modello statunitense, che venissero distribuite più cospicue e  numerose borse di studio per gli studenti meritevoli, ma “poveri”.
Un altro tema di acceso dibattito è stato quello delle “classi ponte”: questo progetto rientra nelle riforme dell’istruzione proposto dalla Lega, prevede che per un periodo di sei mesi o un anno i bambini immigrati che non conoscono a lingua vengano inseriti in classi differenziate, solo per stranieri, dove imparino i primi rudimenti di grammatica, ma anche di educazione civica. Secondo la maggioranza fra noi un simile provvedimento non solo rallenterebbe l’apprendimento dell’italiano, che comunque è lingua viva e come tale va imparata dai parlanti locali (chi si trasferisce in un paese straniero lo sa), ma renderebbe ancora più difficile l’integrazione, in quanto si creerebbero delle “nicchie” di immigrati provenienti dalla stessa nazione. Altri asseriscono che si tratterebbe di una soluzione transitoria e che è più facile relazionarsi con altri alunni, che, seppure di altri paesi, condividono la stessa esperienza di immigrazione.
Insomma, a favore o contro? Se si considera la totalità delle nostre quattro sedi” Giulio Cesare-Valgimigli”, si direbbe che la maggioranza è contro, in particolare il liceo delle scienze della formazione, che vede per i suoi futuri diplomati una minore possibilità d’impiego, visto il blocco delle assunzioni nella scuola a partire da quest’anno, e il liceo delle scienze sociali, che ha l’appoggio degli eternamente scontenti centri sociali e che ha risposto con un’autogestione. Il tutto nella pressoché totale mancanza di appoggio da parte degli insegnanti, che in molti hanno deciso di non manifestare. Se si prende in esame la sola sede del Classico, tirare le somme diventa più difficile; si direbbe però, vista la non massiccia presenza alla manifestazione del 31 ottobre, che i provvedimenti incontrino il favore dei più, forse per il maggiore senso di responsabilità, di dovere, di autorità e di disciplina che si riscontra negli appassionati delle “humanae litterae”.
Con una valutazione empirica si può trovare conferma alle percentuali  dell’indagine Demos & Pi apparsa recentemente su “ Repubblica”: alto favore per il voto in condotta e le valutazione in decimi, minore consenso per il maestro unico e preoccupazione perplessità per le classi separate per alunni stranieri.  Ciò che accomuna docenti, studenti, famiglie e opinione pubblica è la convinzione che i recenti provvedimenti siano utili solo a far cassa: fra i favorevoli  per ridurre gli sprechi, fra i più critici, per tagliare i costi e affossare l’istruzione pubblica e la ricerca.
Non si contesta più un passato ingombrante e repressivo, ma si esprime il malessere per il furto del futuro!
                         
                                                                                                                Giulia Ceccarelli

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