Pubblicato su "la pagina della Scuola" il 22/11/2006...ma ancora attualissimo!
Bullismo: indignamoci e reagiamo!
Sfogliando un trattato di psicologia ha attratto la mia attenzione una domanda che gli autori si ponevano per argomentare la loro teoria: A che cosa serve il gioco?
Sappiamo tutti che il gioco è un’attività “gratuita” che si pone come scopo il puro divertimento. Ma ciò che mi ha fatto riflettere e a cui ho ricondotto alcuni fatti di cronaca (come l’aggressione ai danni di un ragazzo down apparsa su Youtube) su quello che si è definito un allarmante fenomeno in crescita del disagio giovanile, il bullismo appunto, è stata una risposta:”…il gioco può servire a dar libero sfogo all’aggressività, cioè alla tendenza, presente nell’animale come nell’uomo, di assalire, combattere, competere per la sopravvivenza propria e quella della specie…”
Atti di violenza gratuiti, quindi, scherzi crudeli, umiliazioni, offese, soprusi, perpetrati e reiterarti nei confronti di compagni più deboli. Le cifre confermano che un bambino su due ne è vittima o protagonista, nelle aule delle medie e delle superiori uno studente su quattro è stato oggetto di prepotenza e insulti, sette su dieci ammettono di aver aggredito coetanei indifesi, non solo a parole.
Fatti di ordinaria follia, episodi a cui capita di assistere e, quel che è peggio, far finta di non vedere, non denunciare, non reagire con la doverosa indignazione di chi scopre calpestati diritti e valori. Dai fatti alla ricerca delle cause il passo è breve. E qui si scatenano le ipotesi di sociologi, psicologi, filosofi, insegnanti, genitori, con i conseguenti sensi di colpa per una diffusa inadempienza educativa.
Gli imputati si collocano a diversi livelli: sociale, famigliare, individuale.
Sempre di più i ragazzi, l’identità, tanto importante per lo sviluppo personale e il passaggio fra l’età critica dell’adolescenza all’età adulta, la ricercano nel gruppo di amici e non nella famiglia di origine. Il gruppo, che nasce già fra i banchi delle elementari, da sicurezza, senso di appartenenza, valore. E proprio per questo, soprattutto se gli amici non sono scelti bene, può spingere persone insicure o assetate di prestigio, apparentemente tranquille e beneducate, a fare cose che da sole non farebbero mai. L’importanza di questa “famiglia sociale” spiega il perché della diffusione del bullismo anche fra ragazzi di buona famiglia. Mentre fra i tradizionali bulli dei quartieri degradati l’obbiettivo di ogni atto di violenza manifesta in fondo la volontà di attenzione da parte di una società che li esclude, e di riscatto sociale, per i giovani della borghesia cittadina è soprattutto desiderio di trasgressione, o pura noia, che li spinge a provare “esperienze forti” perché abituati ad essere assecondati in tutto.
Anche perché ci vengono continuamente trasmesse dai media scene di violenza gratuita: nei film, nei cartoni animati, e ora sempre più frequentemente anche nei videogiochi (e penso a Manhunt, videogame attualmente in commercio, responsabile di 2 omicidi negli USA, distribuito dalla Rockstar games) essa viene concepita come l’unica via per la risoluzione di conflitti o semplicemente come “libero sfogo”. Insomma, al vecchio gioco della guerra fra soldatini di piombo, si sono sostituiti gesti di spregio molto più multiformi e consistenti: violenza non solo fisica, ma anche psicologica , e poi scherzi pesanti, ricatti, costrizioni, minacce, piccoli furti.
Ma Internet e i telefonini sono anche i responsabili della trasmissione diretta delle bravate: il video, girato dal vivo, talvolta montato da un “regista” per renderlo più “divertente”, viene inviato su Internet per essere noto a tutti i navigatori in rete. Questa consuetudine è sintomo di avidità di successo e protagonismo: una violenza si mette in atto solo se c’è a chi raccontarla, se ciò è un modo di distinguersi dagli altri.
Il valore fondamentale che viene trascurato dalle baby gang è il rispetto per l’altro. Molto spesso, i “deboli” che vengono presi di mira (o come minimo emarginati ed etichettati come “diversi”) sono individui con invalidità fisiche, problemi mentali o psicologici, difficoltà a relazionarsi con gli altri. O ragazzi stranieri, di altre religioni: eventuali danni morali o fisici da loro subiti trovano le loro cause, oltre che nel bullismo, anche nel razzismo. Persone che andrebbero ascoltate, che dovremmo far sentire importanti, che potrebbero arricchire di nuove esperienze la nostra formazione di uomini e donne.
Come educare le generazioni di oggi? Il compito delle istituzioni scolastiche appare sempre più difficile: i genitori, sempre meno complici sulla linea educativa da dare ai figli, delegano il compito alla scuola, ma poi se ne disinteressano, salvo criticare la sua severità quando si accorgono che il figlio va male. L’errore sta soprattutto qui: anche se la scuola aiuta come può, è comunque la famiglia il luogo più idoneo per imparare le buone maniere, e prima vengono apprese, meglio è.
Un bambino può imparare a far tutto. A patto che l’adulto sia veramente convinto della bontà e della necessità della regola da far rispettare. Per essere ascoltati gli adulti non devono pronunciare divieti attraversati da dubbi o ripensamenti. Bocciata però la figura del padre autoritario d’antan, che alla domanda: “Perché non posso mettere i piedi sul tavolo” risponde “E’ così perché lo dico io!”.
Il fatto è che i ragazzi fanno fatica a rispettare le regole, ma se non ci sono, le chiedono. O le ricercano in modelli esterni alla famiglia, a volte assumendone una concezione sbagliata e del tutto personale. Le regole sono indispensabili perché aiutano a sviluppare quel senso del limite che altrimenti i giovani imparerebbero a loro spese: il bullismo si basa su forme di autorità spietata, crudele. Dove non c’è lo Stato avanza l’anti-Stato.
Giulia Ceccarelli
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