lunedì 17 ottobre 2011

L’incontro-scontro tra etica e legge

 Pubblicato il 21/09/2011 su la "Terza pagina" de "La Voce di Romagna"

L’incontro-scontro tra etica e legge

Passato il 60esimo anniversario dalla nascita della nostra Costituzione, accompagnato dai dibattiti sulla riforma elettorale, e nell’anno dei festeggiamenti dei 150 anni di un’Italia che non riesce a rialzarsi tra una Manovra e l’altra, si pone al cittadino consapevole questo interrogativo: quali caratteristiche dovrebbe avere una legge per essere applicabile e condivisibile? Deve rientrare nell’”ordine naturale”, riferendosi a dei valori universali che trascendono contestualizzazioni spazio-temporali o è il risultato di una contrattazione relativistica? Di importanza cardine è trovare un accordo su che cosa si intenda per “ordine naturale”.
Alcuni lo intendono come quel principio di autoconservazione che la natura ha posto a tutela della specie umana, come a tutte le altre specie viventi. Per la sopravvivenza dell’individuo e della specie l’uomo è stato spinto ad aggregarsi in gruppi. Ben presto ogni comunità ha però dovuto stabilire delle regole di convivenza che salvaguardassero la collettività. Spesso anche il credo religioso ha influito nella scelta di questi principi, che acquisivano quindi un valore trascendente: i dieci comandamenti dati da Dio agli ebrei, furono anche le prime leggi di quel popolo. Da questa esigenza ancestrale sono nate nel tempo diverse culture, diversi modi di concepire il potere, diversi sistemi giuridici. Si riconoscono tuttavia alcuni principi comuni, indipendentemente dalla latitudine e dal periodo storico: non uccidere, non dichiarare il falso, non rubare. Da sempre la comunità punisce quei membri che compiono per proprio interesse un’azione lesiva per il gruppo. Quindi, è necessario che una legge, per essere buona, sia utile alla collettività e rispetti la persona umana. Il rispetto della persona umana nella società si è poi tradotto in tempi moderni nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, firmata nel 1948 alle Nazioni Unite, che ha messo su carta alcuni principi, figli dell’Illuminismo, comuni a tutti i paesi occidentali, per porre un limite al relativismo delle diverse Costituzioni degli Stati membri.
In altre civiltà, però, quelli che l’Occidente chiama “diritti inalienabili” non sempre vengono rispettati. Basti pensare alla condizione della donna nei paesi fondamentalisti islamici, alla piaga del lavoro minorile, alla pena di morte.
Serrano allora le loro fila i relativisti, che identificano  in antitesi l’”ordine naturale” come la legge del più forte sul più debole, ma riconoscendo che una legislazione non può fondarsi su di una prevaricazione, sostengono che le regole di convivenza devono essere dettate da una maggioranza, a cui spetta la scelta di alcuni principi piuttosto che altri. Il potere istituito deve, da parte sua, garantire il rispetto e l’applicazione delle suddette leggi. E’ comprensibile e legittimo, dunque ,che ci siano differenze anche molto ampie fra una forma istituzionale e legislativa e un’altra, perché queste sono il prodotto dell’ideologia della parte dominante in una determinata area geografica e in  un particolare periodo storico e uno specifico contesto culturale. Pur nel rispetto delle minoranze, è anche nello spirito della Democrazia accordare alla maggioranza popolare la scelta definitiva.
Ma siamo proprio sicuri che le norme decise da una maggioranza siano le più “giuste”? La massa è facilmente influenzabile e spesso mutevole nelle opinioni. Il problema è indubbiamente di attualità, considerando che nell’era della globalizzazione è facile e veloce emigrare da paese in paese, portando con se il proprio orizzonte di valori. Quello che è oggi il codice etico dominante domani potrebbe non esserlo più. Saremo dunque pronti ad una svolta in campo sociale, politico, istituzionale?
In epoca di relativismo imperante il dibattito non può che rimanere aperto, così come si è verificato nel dibattito fra compagni di classe. Il relativismo ci aiuta a riflettere, a confrontarci, ad accogliere le ragioni dell’altro e del diverso, nell’ottica di una pacifica convivenza che certi dogmatismi di verità assolute hanno da sempre minato, ma ci può far cadere vittima di sofistica persuasione retorica e soprattutto sospendere in un’esistenziale insicurezza, che, a parer nostro, contraddice l’innato desiderio umano di certezza e solidità non solo economica, ma anche ideologica e morale… nell’”ordine naturale” delle cose, immanente o trascendente, laico o fideistico.    
                                                                                                                               
                                                                                                           Giulia Ceccarelli

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