lunedì 17 ottobre 2011

Combattiamo la mafia: diffondiamo la cultura della legalità

Pubblicato il 05/08/2010 in "Terza Pagina" su "La Voce di Romagna"

Combattiamo la mafia: diffondiamo la cultura della legalità

Noi italiani siamo noti nel mondo, oltre che per l'opera lirica e la cappella Sistina, la pizza e gli spaghetti, anche per aver esportato l'organizzazione criminale che maggiormente sa integrarsi in ogni contesto sociale: la mafia. Ma che cos'è la mafia?
La mafia è una forma di criminalità organizzata che esercita il controllo di alcune attività illecite. La sua arma principale è la violenza: la notevole presenza di sicari, le uccisioni programmate, le sparatorie in luoghi pubblici sono strumenti intimidatori che costringono le popolazioni locali al silenzio (famosa la frase delle finzioni cinematografiche: "Tu non hai visto niente”, accompagnata dalla pistola puntata). Le sue azioni criminose, prevalentemente svolte in clandestinità, presuppongono l’esistenza di uno Stato moderno, di un'economia libera e della possibilità di imporre la propria autorità anche sulle classi dirigenti.
La mafia, la cui etimologia deriva dall’arabo mahias “smargiasso” o dall’espressione maphi’ah “è cosa occulta”, è nata nel Mezzogiorno nelle sue tre più importanti forme (Cosa Nostra- Sicilia, 'Ndrangheta- Calabria, Camorra- Napoli) all'epoca dell'Unità d'Italia, per poi svilupparsi anche al centro- nord.
Com'è nata la mafia? Quali sono le sue principali attività? E' unita ad altre organizzazioni clandestine? La mafia è una forma di criminalità organizzata che presuppone l'esistenza. La sottovalutazione del fenomeno da parte dei governi della prima Unità ha garantito la creazione di organizzazioni sempre più ramificate che vogliono essere un'alternativa allo Stato, un parallelo "Stato nello Stato", con proprie leggi, un proprio codice d'onore, dei propri contatti, un’assemblea propria di capi, un proprio reddito. La mafia, quindi, è strettamente unita allo Stato e alla politica anche ai nostri giorni: i mafiosi fanno parte dei partiti, entrano nelle istituzioni, "intaccano" la finanza e l'economia; strategie, queste, che li rendono più influenti e meno vulnerabili alle azioni delle forze dell'ordine.
Non immaginatevi il mafioso come quello presentato ne "Il padrino" o " Era mio padre", con il completo gessato, la camicia nera, gli occhiali scuri, il sigaro in bocca e la rivoltella in tasca, magari sempre accompagnato dai suoi sgherri.
Il mafioso di oggi è una persona di successo, elegante, educata, istruita, molto spesso ha un'attività imprenditoriale a tutti gli effetti legale; ma il boss di Cosa Nostra, dispone degli affiliati e di collaboratori esterni per imporre tangenti agli imprenditori perché forniscano appalti, costringe al "pizzo" i commercianti, recluta dirigenti e collaboratori locali, gestisce il contrabbando, prima, il traffico di stupefacenti, poi; si assicura un massiccio apporto di liquidità, entra nella rete di altre "famiglie" criminali, e ad esse si appoggia per essere "coperto" dopo un "colpo grosso".
Cosa Nostra, a differenza della ‘Ndrangheta e della Camorra, che si avvalgono di una gestione autonoma, decentralizzata e fondata su legami di sangue, è un'organizzazione strettamente verticistica basata sulla “famiglia”, un piccolo gruppo di uomini d’onore che controlla un determinato territorio; il coordinamento provinciale e regionale è riservato ai vertici delle varie "famiglie". Nel contempo stringe rapporti con organizzazioni criminali straniere: la "mafia "russa, cinese, turca…
Ciò spiega come Cosa Nostra sia un'entità i cui lunghi tentacoli si infiltrino in ogni campo della società: in molte città del sud capita di incontrare un boss mafioso per strada, o di venire a sapere che il parente, il vicino di casa, l'ex compagno di scuola è entrato in malavita. E spiega anche perché sia tanto facile mozzare qualche estremità della Piovra e tanto difficile abbatterne la testa. Com'è possibile combatterla? Negli  anni ottanta la giustizia ha estirpato l'attività delittuosa delle Brigate Rosse, che agivano in modo quasi analogo, ma erano maggiormente svincolate, in quanto anarchiche, dalla politica e dalla società. Per combattere la mafia in tutte le sue forme si stanno facendo passi avanti, ma ci vorrà impegno quattro volte maggiore. Anche perché Cosa Nostra sa come comportarsi con i mass- media, come dare un'immagine di sé, come modellare la tradizione alle mutevoli esigenze dei tempi.
Nella nostra letteratura e nella nostra produzione cinematografica la mafia, qualcosa di clandestino e misterioso, ha sempre avuto il "fascino del proibito". A partire dal rapporto del mafioso con la religione. Nonostante abbia per le mani denaro sporco, e se possibile una coscienza ancora più sporca, il Don è religioso. D'altra parte la religione è da sempre la componente peculiare dell'uomo del Sud. Il giuramento di un picciotto consiste, fra gli altri riti, nel pungersi un dito e far cadere il proprio sangue su un crocifisso, un'immagine della Madonna o un santino, che viene poi bruciato, ad indicare la protezione del santo in questione sull'attività criminosa, nonché l'impossibilità di ritornare indietro, il dovere cioè di servire la cosca mafiosa fino alla morte. Anche il superlatitante Bernardo Provenzano alla cattura teneva in mano una bibbia sottolineata, e ne possedeva altre quattro intonse. Ma quello che ha maggiormente colpisce è il fatto che Provenzano sia stato trovato, dopo ben 43 anni, in un paese vicino a casa, a vivere di formaggio e lattuga, con una certa spensierata semplicità, senza aver più niente da perdere.
La mafia quindi è un atteggiamento mentale, quello di affidarsi non a chi è onesto, ma a chi dà più sicurezza, quello di essere presente o addirittura vittima di un'illegalità e non dirlo, di non fidarsi di quell'entità, vista spesso lontana e nullafacente, chiamata Stato.
Proprio perché la maggiore pericolosità della mafia risiede nel fatto di essere un atteggiamento mentale, è indispensabile, come sosteneva Falcone, una costante attenzione dello Stato nei confronti di questa secolare realtà; sottovalutazione che ne ha permesso la prosperità.
La scuola, le associazioni, le iniziative mirate, possono educare le giovani generazioni alla consapevolezza della sua esistenza e a formare il senso dello Stato e della sovranità della legge, il valore morale della legalità. Diceva il famoso filosofo greco Socrate:̉ " (Nella città anche i più forti devono essere sottomessi alle leggi)
Conoscendo il problema della mafia, sono quindi soprattutto i giovani che conservano degli ideali, che vogliono fare qualcosa per migliorare il mondo al di là  del comune buon senso degli adulti, a battersi contro la mafia, a venire, tutti uniti, allo scoperto.
Ci possono fare da esempio i ragazzi di Locri, che, all'indomani dell'omicidio del loro consigliere regionale da parte di sicari mafiosi, hanno sfilato con lo slogan: "Adesso uccideteci tutti". Hanno capito che la violenza di Cosa Nostra può uccidere singoli individui se essi operano in solitudine, come spesso è tristemente accaduto, ma se tutta la collettività le si muove contro, può perdere alleati preziosi per la sua stessa esistenza.

                                                                                                                     Giulia Ceccarelli
                                                                                                         

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