lunedì 17 ottobre 2011

PREPOTENZE: COME REAGIAMO? UN PROBLEMA DI COMUNICAZIONE E RELAZIONE


 Pubblicato il 02/03/2009

PREPOTENZE: COME REAGIAMO?
UN  PROBLEMA   DI   COMUNICAZIONE   E   RELAZIONE

“ Se oggi in Italia non esiste più autorità, esiste uno sterminato potere” così esordiva Pietro Citati in un articolo di Repubblica del gennaio scorso. Si è andata perdendo l’autorevolezza che non è affatto eccesso di potere, ma autorità condivisa, credibile, rispettabile. Le regole, i limiti, le costrizioni, si sa, non piacciono, ancor meno a noi adolescenti L’adolescenza è l’età del cambiamento: un momento di crescita in consapevolezza e autonomia. Ma anche un’età di sregolatezze e di ammiccanti trasgressioni, di voglia di provare di tutto, di un nuovo, più o meno nascosto, sentimento di onnipotenza, portatore di una concezione della vita non come un compito da assolvere, ma come una festa da inventare. Il permissivismo delle famiglie e la frustrazione degli educatori tradizionali, non più autoritari, ma non sempre autorevoli, possono aver prodotto l’illusione di un potere illimitato nelle relazioni interpersonali. Si potrebbero così spiegare le prepotenze fra giovanissimi, le intemperanze irrispettose nei confronti degli adulti, gli episodi di bullismo, gli atti di vandalismo, le violenze negli stadi?
Un’amica psicologa mi ha aiutato a somministrare nella mia classe, seconda superiore 24 studenti, un questionario sui rapporti con i propri compagni di classe, con i genitori, con gli insegnanti, in particolare sulle prepotenze subite, inflitte, testimoniate, e sulla loro percezione di giustizia nei comportamenti relazionali fra coetanei. La rilevazione dei risultati dell’indagine, se pur in piccolo campione, mi ha offerto interessanti spunti di riflessione.
Sia maschi che femmine dichiarano di avere un buon rapporto con i compagni di classe; per le femmine appare più critico il rapporto con gli altri ragazzi dell’istituto, forse perché i legami sono più deboli e ognuna tende a ricercare  nella propria classe anche il proprio gruppo di amici. Le femmine definiscono il rapporto fra loro sereno, sincero, aperto e amichevole, dimostrano una maggiore affinità ed intesa con lo stesso sesso rispetto ai maschi, con i quali le relazioni non sono problematiche, ma percepite come distanti. I maschi non presentano sostanziali differenze nel valutare i rapporti fra esponenti del proprio e dell’altro sesso, sentendo all’occorrenza più comprensiva e più vicina la compagnia femminile. Situazione fortunatamente positiva anche per quanto riguarda le possibili prepotenze subite: le femmine accusano talvolta dispetti e sottrazione di beni, dimostrandosi in materia molto più attente e sensibili dei loro compagni, che si sentono in prevalenza oggetto di falsi giudizi e di dileggi. Tutti dicono di non aver recentemente ricevuto percosse o insulti. Le femmine si mostrano precise anche nell’individuazione degli autori delle prepotenze, spesso singole persone, o al massimo un gruppo di 2 o 3, in prevalenza maschi, mentre dall’altra metà del cielo si tende a denunciare il fatto in sé, senza renderne responsabile qualcuno in particolare. I luoghi privilegiati, prevedibili, per gli atti di prepotenza sono la classe durante il cambio dell’ora e il corridoio durante l’intervallo. Di solito per chi assiste ad un atto di prepotenza le femmine sembrano individuare maggiormente il gruppo di coloro che difendono il malcapitato e spesso dichiarano di intervenire in prima persona in favore del più debole o di rimproverare il prepotente di turno, mentre i ragazzi notano di più il gruppo che resta indifferente o si diverte, non sempre intervengono, per vari motivi, non ultimo “perché tutti devono imparare a difendersi da soli”. C’è comunque anche chi assiste e se la ride, appoggiando il più forte: questa categoria è percentualmente maggiore nei maschi che non nelle femmine. Per quanto riguarda le violenze inferte ai coetanei, le armi maggiormente usate sembrano essere, per entrambi i sessi, l’esclusione e i dispetti, ritenute più efficaci e dolorose di violenze fisiche e sottrazione di beni, che sono quindi irrilevanti. Questo lascia ben sperare per una battuta d’arresto del machismo!
Le novità arrivano per il sentimento di giustizia. E’ giusto non è giusto? Qui i “non so” sono frequenti, senza scarti apprezzabili fra maschi e femmine, indice di una certa insicurezza nel separare il giusto dall’ingiusto. Nonostante ciò sono le femmine a distinguersi per senso della giustizia: secondo loro è giusto parlare in famiglia o con gli insegnanti delle eventuali offese a cui si assiste, aiutare un amico succube di una prepotenza; sbagliato picchiare e insultare in ogni caso. I maschi, per natura e per età dotati di una maggiore carica aggressiva e di un concetto di giustizia che appare più affidato alla reazione personale, piuttosto che alla fiducia nelle autorità istituite, sostengono invece l’importanza e quasi l’inevitabilità di vendicarsi, di picchiare per una “buona causa”, come un’offesa alla famiglia e all’amico, un’umiliazione inflitta dal potente al debole, un insulto personale, trascurando quindi che anche questa modesta forma di vendetta privata non è in ogni modo conforme ad una consapevole convivenza civile. Sbagliato l’uso della forza ai danni dei più piccoli, però anche l’intervento fra due che hanno deciso di fare a cazzottate per regolare qualche conto in sospeso. Vedo in quest’ultima risposta, e anche in un’infinità di giochi maschili, quell’inconscia esigenza animalesca di misurare (e quindi ostentare) la propria forza e la propria agilità con un pari, segnare un territorio, decretare un possesso, stabilendo una sorta di misteriosa gerarchia.
I rapporti con i genitori, limitatamente alla nostra classe (penso che con un campione più ampio il risultato sarebbe stato differente) sembrano buoni; le femmine preferiscono confidarsi con la madre, i maschi con il padre. Importanti per tutti anche le figure degli amici e dei compagni di classe, tradizionali custodi di segreti e bravi elargitori di consigli, assolutamente snobbati allenatori, preti e animatori. Pessimi confidenti anche i professori, autentico fanalino di coda, con i quali i rapporti non sono certo sempre idilliaci e comunque legati al rendimento scolastico. Ultima curiosità: mentre la componente femminile considera necessario confidarsi con qualcuno, una parte cospicua di quella maschile preferisce talvolta non confidarsi, nascondendo forse paura del giudizio e della derisione dei coetanei, e cercare da solo un’adeguata risoluzione ai propri problemi, atteggiamento decisamente più “razionale”, rispetto a quello  prevalentemente“emotivo”  femminile.
Anche se dal punto di vista statistico, gli esiti del sondaggio rispecchiano un campione assai limitato quindi non attendibile sul piano scientifico, rimane il fatto che ragazzi e ragazze hanno apprezzato il tema dell’indagine, si sono interessati ai quesiti e soffermati a riflettere sul rispetto della persona e sul senso del limite…forse un piccolo successo verso un’autorevolezza che guida, piuttosto che un potere che inconsapevolmente schiaccia.
                                                                                                               Giulia Ceccarelli

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