lunedì 17 ottobre 2011

Il mare degli antichi, il mare dei moderni

 Questo è uscito in "Terza pagina", su "La Voce di Romagna" il 27/06/2009

Il mare degli antichi, il mare dei moderni

Mare: non c’è parola più usata nel vocabolario del riminese. Non solo perché è stato la fortuna del turismo degli ultimi cinquant’anni, ma perché Rimini è il prodotto ricco e strano di un continuo moto ondoso di storie e di persone, iniziato più di duemila anni fa, perché Arimunum, presso il fiume Rubicone, confine fra l’Italia e la Gallia Cisalpina, era un importante nodo stradale (vi si congiungono la via Emilia e la via Flaminia) e commerciale (ia deil porto alla foce del fiume Marecchia). Rimini, città anfibia che ha ricevuto per venti secoli spinte uguali e contrarie verso la terra e verso il mare, come altre città del Mediterraneo è, per questa sua virtù, mille volte data per morta e mille volte risorta dalle sue ceneri. O meglio, ricostruita sopra ai multiformi ruderi precedenti, per la gioia degli archeologi: se sposti un sasso in piazza Ferrari ti ritrovi una cripta gotica ricavata da un edificio romano eretto su una necropoli celtica, costruita sopra una fornace etrusca sotto cui probabilmente c’è un frammento dell’arca di Noè. Rimini è ora orgoglioso simbolo di un mare che unisce, di un mare che porta ricchezza. Ma non è stato sempre così.
I Pelasgi, primo popolo indoeuropeo a stanziarsi nell’entroterra greco, erano prevalentemente agricoltori e allevatori, e le loro società erano a struttura matriarcale. Non abbiano testimonianze di navigazione; per quanto ne sappiamo il mare era visto come qualcosa di misterioso, di terribile, di ignoto, un confine invalicabile. Il viaggio degli Argonauti, appartenente al patrimonio mitico miceneo, è il simbolo della prima esperienza di navigazione nel mondo greco. Essa si fa paradigma di un cambio di mentalità: ora è l’uomo, che ha superato la sua prova di iniziazione, che è riuscito a dominare l’irrazionalità del mare e ne ha compreso le potenzialità e le risorse, il punto di riferimento per la famiglia e per la società, è l’uomo, che riunendo in sé la figura del mercante e del guerriero, acquista quel ruolo educativo che era stato della donna. Il mare è visto come Caos liquido, come un Oceano che circonda terre emerse di cui ancora non si stima bene l’estensione: è adatto agli avventurieri, agli audaci, agli uomini; il mare è una realtà da subito negata alle donne, legate indissolubilmente all’accogliente staticità della terra. Ecco perché le donne degli Inni e dei poemi omerici sono sempre sole, su di un’isola, dove le coordinate spazio-temporali sembrano restringersi: Arianna abbandonata da Teseo, Fedra abbandonata da Ippolito, Calipso e Circe, immortali che vivono su terre sempre rigogliose dove non esistono le stagioni. Ulisse di ritorno ad Itaca trova, ad eccezione dei Proci, ogni cosa come l’aveva lasciata: Peneope moglie fedele, il padre e il Porcaro Eumeo ancora vivi e pronti a servirlo, il cane Argo che, mettendo fine alla sua lunghissima vita, non appena vede il padrone, pare cristallizzato nel suo ciclo vitale per tutti i vent’anni di assenza. Tutte le donne guardano verso il mare, pronte a festeggiare l’arrivo, o il ritorno, dell’amato. E quando non riescono più ad aspettare, allora muoiono gettandosi fra le onde, comprenetrandosi con il simbolo della disparità fra i due sessi, e coronandolo ad emblema della lontananza e della caducità della vita.
Il mare per i Greci è al contempo πελαγος e ποντος, estensione e profondità. Ciò doveva essere ben noto ad Omero, che nasconde negli abissi non poche creature fantastiche e mostruose, che Ulisse è spinto ad affrontare dalla “curiositas”, dalla sete di conoscenza. Il mare è l’elemento che meglio si conforma al carattere di Ulisse: come egli è l’uomo dal multiforme ingegno, così il mare è mutevole, insidioso, a tratti violento. Nella sua volontà di andare al di là del mare, al di là del limite umano, Ulisse vuole domare quel senso di precarietà che sente di condividere con il mare.
Nel V secolo mare diventa sinonimo di colonie, di potere; anche se il timore verso di esso sopravvive, diventa condizione essenziale allo sviluppo, alla sicurezza e alla difesa della polis. A questo proposito ricordo l’episodio secondo cui Pericle ebbe dall’oracolo il consiglio di erigere nuove mura per salvare Atene da un assedio, e la salvezza della città fu garantita con… un ponte di barche!
La navigazione era alle origini invisa anche all’aristocrazia romana più conservatrice (lo stesso Virgilio si rifà a quella mentalità scrivendo che Enea si mette per mare spinto solamente dal senso del dovere, e con la sacralità di un ecista). Dopo la seconda guerra punica finalmente il Mediterraneo diventa “mare nostrum”, e lo stesso significato del termine ποντος viene assimilato nel latino pons e nell’italiano ponte, poiché il mare inizia ad essere concepito come stabile collegamento tra la madrepatria e le province: un mare che non divide, ma unisce.
L’ostilità dell’uomo per il mare è dipesa soprattutto dall’elevato rischio, dato dall’impossibilità di organizzarci una serie di vie sicure, simili a quelle esistenti sulla terra ferma. Ora la tecnica ha fatto sì, come direbbe Erodoto, che anche il mare diventasse terra, con una serie di rotte codificate. Il mare ora collega semplicemente un posto all’altro, una cultura all’altra, un continente all’altro.
La vera sfida dell’uomo moderno non è più il mare: è semmai il cielo, che ha preso il posto che fu del mare nell’immaginario collettivo; di esso sappiamo ancora poco, vi ci siamo affacciati, navigando, per così dire, sottocosta.
Ma il mare continua a modellare senza sosta il cuore e la mente di coloro che vivono sulle sue sponde, lasciandosi dietro detriti variegati di inebrianti immensità e di insidiosi limiti: pagine di letteratura, modi di dire, racconti, specialità gastronomiche. Anche i riminesi, più che un popolo marinaro, sono un popolo-mare, attraente, mutevole e poco coeso, più caldo in superficie che sul fondo, che non sai mai se ti accoglie o se ti sfugge.
                                                                                                                         Giulia Ceccarelli
  

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