lunedì 17 ottobre 2011

Oltre il razzismo: la necessità del dialogo tra culture


 Pubblicato il 05/04/2007 su "La Voce di Romagna" ne "La pagine della Scuola"

Oltre il razzismo: la necessità del dialogo tra culture

Tutti siamo stranieri l'un per l'altro. Non ci crederete. Prendete un mappamondo e ruotatelo riflettendo: c'è un paese al centro del mondo? Il paese da cui provengo, dove riconosco le mie radici, è, per me, il centro del mondo. Di conseguenza per me sono stranieri il marocchino, il cinese, l'albanese. Ma per loro lo straniero sono io. Così siamo stranieri tutti noi, abitanti della terra. In quanto stranieri dovremmo tenere al guinzaglio la nostra voglia di espellere i "diversi" dal "nostro" territorio, perché appena ci spostiamo, gli abitanti delle nazioni estere possono emarginarci ripagandoci con la stessa moneta. Nessuna cultura e tradizione è migliore di altre. Ogni popolo ha un modo di pensare, di rapportarsi con il reale e di organizzare il sociale differente. Non c'è un colore della pelle, una lingua, una religione, "giusti" o "sbagliati", solo un'incredibile varietà che, penso, renda migliore il nostro mondo. Gli immigrati,, i "diversi " in genere, nono devono mai aver motivo di disprezzare le proprie origini, di tagliarsi le radici, perché così finiranno solo per perdere se stessi, perché rinnegheranno il loro passato e non sempre saranno accettati nella nuova realtà. Colui che decide di vivere in un paese straniero non deve arrivare a distorcere ed umiliare il proprio corpo ed il proprio pensiero in funzione dei nuovi canoni di bellezza ed intelligenza, ma crearsi invece un'identità multipla, senza rinunciare a nulla di sé, ma arricchendosi nell'incontro con l'altro. Esistono ad esempio neri in America che si vestono come i bianchi, donne nere che si adornano con parrucche rosse e gialle, quando sarebbero molto più belle con le complicate acconciature delle tribù africane. Sono più divertenti d4i comici delle torte in faccia e si sono avviati verso l'autodegradazione, come dice lo stesso Malcolm X. Apprezzabile è invece l'atteggiamento di Fathima, una ragazzina berbera, desiderosa di imparare la lingua francese per rendersi uguale ai suoi coetanei, ma capace di riorganizzare le nuove conoscenze integrandole con quelle già acquisite.
 Negli ultimi tempi si stanno inoltre rivalutando le culture considerate primitive ed inferiori, le cosiddette culture dimenticate, che possono diventare ora oggetto di grande attrazione e di crescita interiore. Significativa è l'esperienza di Marlo Morgan detta Mutante, che ritrova se stessa nell'outback australiano. I costumi e l'arte degli aborigeni hanno una saggezza maturata in più di 5000 anni di storia e tutti potremmo imparare dal loro esempio. Infatti non sono razzisti, credono invece in una diaspora di un unico genere umano. I Mutanti ( uomini bianchi) in particolare, adattandosi all'occidente, hanno perso, secondo loro le abitudini della Vera Gente. Non sono in grado di elevarsi spiritualmente verso il Tutto Divino senza mediatori, vivono in case chiuse, prendono colpi di sole a temperature normali ed hanno sviluppato repulsione per tutto ciò che la vera Gente ritiene ottimo cibo. Ma non per questo li disprezzano, anzi ricompongono le tombe dei loro morti nel deserto e meditano sul significato della vita. Noi ci fermeremmo a rifare la tomba di un ebreo, di un buddista o di un musulmano?
Abbiamo visto come le proprie e le altri tradizioni siano una ricchezza del genere umano, ma in alcuni paesi sussistono usanze talvolta anche ingiuste e brutali, che portano a discriminazioni, nate spesso dall'integralismo religioso: è il caso delle caste indiane, della condizione della vedova in India e delle impari opportunità fra uomo e donna in Afghanistan. La classe dei "paria" è così impura che uomini liberi, nobili e sacerdoti non possono nemmeno toccare. Non migliori condizioni hanno le vedove nella religione indù, fino a poco tempo fa obbligate a gettarsi, secondo la pratica del sati a gettarsi sulla pira del marito o altrimenti considerate maledette. A tutti è noto il burqua, simbolo dell'inferiorità e della sottomissione della donna islamica all'uomo.
Io viaggiano, leggendo, osservando intorno a me ho capito che tutti gli uomini, non importa il ceto sociale, la religione, il ceto sociale o il colore della pelle sanno chiedere aiuto allo stesso modo, sanno ridere delle stesse gioie, sanno piangere delle stesse sofferenze, sanno commuoversi per le stesse emozioni ed amare dello stesso affetto. Le razze non esistono, siamo tutti uomini capaci di amare e di odiare e, per far sparire egoismi e violenze, dovremmo ascoltarci e comprenderci. So che è difficile: a volte capita di trovarsi in conflitto con il compagno di banco a pochi centimetri, considerate quanto deve essere facile apprezzare un popolo a 10000 km di distanza. Ma, per un futuro migliore, dobbiamo cercare di superare paure, diffidenze e pregiudizi.
Aveva ragione a. A. Einstein, che poco prima della II guerra mondiale, per emigrare dalla Germania dovette compilare un certificato d'espatrio, alla voce razza scrisse: "UMANA".

Giulia Ceccarelli  

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