lunedì 17 ottobre 2011

Quale scuola nel terzo millennio?

Pubblicato il 09/10/2006 su La Voce di Romagna, su "La pagina della Scuola"

Quale scuola nel terzo millennio?

Ci siamo lasciati alle spalle, non senza un po’ di malinconia, le avventure estive per tornare puntualmente a sederci su banchi di scuola al suono della prima campanella. Questo è l’esordio di generazioni di studenti della scuola italiana nella prima “rituale”composizione scritta d’inizio anno scolastico, puntuale come le questioni del “caro libri”, del peso dello zaino e dell’assegnazione degli incarichi ai precari.
Solo qualche giorno fa, uscendo dopo la fine delle lezioni, ho assistito ad una conversazione che mi ha fatto riflettere. Il professore di italiano stava bonariamente rimproverando uno dei “nuovi” di quarta ginnasio. Dai frammenti di discorso percepiti, sembrava che avesse difficoltà a stare attento in classe e che disturbasse la lezione. Allora “l’imputato”un po’ per giustificarsi, un po’per appianare i contrasti col professore, se ne uscì con:-Lei ha ragione, prof, però deve capire che per me è difficile stare ad ascoltare per ore e ore senza fare niente!
Nelle sue semplici e schiette parole, si nasconde una grande verità della scuola italiana: il fatto che si basi essenzialmente sull’ascolto. L’attuale sistema scolastico non è infatti molto dissimile dalle antiche dissertazioni che filosofi e oratori greci e latini tenevano ai loro discepoli. Il “magister” parlava, trasmetteva oralmente la sua esperienza e la sua erudizione, spiegava in una concettosa prolusione verbale. E il perfetto allievo? Era colui che assimilava al meglio le nozioni, integrandole con quelle già apprese, e le sapeva esporre tanto degnamente da riuscire ad imitare la facondia del maestro. Tutto ciò accade ancor oggi, e quasi allo stesso modo l’apprendimento avviene per trasmissione orale e lettura del libro di testo. E tanto più un alunno dà prova di ricordare le parole del professore, tanto più si alza il voto ed altrettanto il livello di considerazione di sé e di gratificazione dell’insegnante che stima di aver adeguatamente assolto la sua nobile missione. Si può paragonare la scuola ad un lungo treno, che in tanti anni di insegnamento è stato perfezionato, è diventato più accogliente e tecnologico, ha condotto a destinazione un numero crescente di passeggeri, ma non si è mai spostato dai binari. Non sarà che all’inizio del terzo millennio le rotaie si siano un po’ arrugginite e la rete abbia bisogno di ampliare le sue tratte? 
Sicuramente è importante saper ascoltare e saper esprimere in modo esauriente le idee, nella speranza che siano le “proprie”, ma forse bisognerebbe esplorare altre opportunità metodologiche: laboratori, cooperazioni di gruppo, attività di ricerca, esperienze sul campo, uso di tecnologie… Rappresentano una valida alternativa, a detta di molti, ma nella pratica di pochi, all’insegnamento tradizionale a vantaggio della centralità dell’apprendere facendo.
Nell’insegnamento-apprendimento il rapporto insegnante–studente ha un ruolo di vitale importanza. Chi dovesse intendere la scuola come un banale inserimento di nozioni in menti “digiune “ di sapere, è completamente fuori strada, perché il professore è chiamato prima di tutto ad essere educatore. Il compito della scuola dovrebbe essere quello di formare gli uomini di domani, capaci di conoscere, capire, scegliere, agire consapevolmente all’interno della società, dotati di libertà di pensiero e capacità critica nei confronti della realtà contemporanea. Così recitano i principi fondanti della Riforma scolastica, legge 53: conoscenze, abilità, competenze del generoso, forse utopico, profilo in uscita del quattordicenne al compimento della scuola secondaria di primo grado. E la scuola secondaria di secondo grado? Tra un governo e l’altro, un ministro e l’altro, tra tutor e portfolio che vengono e vanno…siamo in attesa…”nell’anno ponte”.
Nel frattempo prendiamoci cura del rapporto fra studente e insegnante: la loro relazione umana permane nel tempo. Per qualunque ragazzo il docente perfetto è colui che vive un rapporto che va al di là del suono della campanella, autorevole per stima, ma al contempo comprensivo, attento ai problemi di ognuno, aperto al dialogo e all’ascolto. A un alunno fa piacere se il prof. non lo consideri solo uno dei tanti, avverte se il professore lo stima e crede in lui, apprezza se dimostra di volergli bene, di aver a cuore il suo destino, di riconoscere ad ognuno le proprie peculiarità, la propria creatività e unicità. Nella sua funzione formativa di crescita della persone non è quindi riduttivo considerare l’insegnante un rigido trasmettitore di saperi, ammesso che i saperi si trasmettano e non piuttosto si costruiscano, nel loro attuale moltiplicarsi esponenziale? La sua ricchezza dovrebbe essere quella che i classici chiamavano”Humanitas”.
Buon anno scolastico a tutti, insegnanti ed alunni perché nostra è la scuola!
                                                                                                                      
Giulia Ceccarelli

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